Documento

27
Giugno
2021
Val di Contrin, dal Bufaure al rifugio Contrin

Come tutte le attività che si rispettino un momento di riepilogo, un resoconto, la narrazione di ciò che è successo è d'obbligo.
Qualunque cosa può essere fatta in vari modi. Ci si poteva affidare ad una serie di "siamo partiti, siamo arrivati ed abbiamo fatto".
Invece no! E questo è il risultato.

 

Le gambe come do bore …

di Gregorio Pezzato

 

              Contrin, un nome che, per chi si interessa un po’ di storia, evoca ricordi di guerra. Di una guerra ormai lontana, che va perdendosi nella nebbia del tempo, salvo poi emergere in qualche lacerto di filo spinato, in qualche avanzo di trincea o in qualche bossolo di cartuccia.

              Contrin, un edificio realizzato per essere rifugio per la gente di montagna, che divenne comando militare durante la guerra grande.

Contrin, che dopo essere stato distrutto dalle artiglierie di Cima Ombretta, venne acquisito dalla S.A.T. per essere donato agli Alpini nel ‘21.

Contrin, la “Casa” degli Alpini, che vi tennero la loro settima adunata nell’estate del ‘26.

Contrin, è questo quello che raccontano di te le tue pietre squadrate, la parete sud della Marmolada che ti sovrasta e le maestose cime che ti circondano.

Dopo i tristi mesi dell’epidemia da Covid 19, arrivarvi è stata una festa. Un pellegrinaggio per la mente e per lo spirito.

Salirvi, almeno per me, è stata dura. Dura per le gambe legate, il fiato cortissimo, le pause frequenti e un fisico impigrito da mesi di non allenamento e timoroso che il cuore andasse fuori giri.

Ho subito perso la pattuglia guidata dal Presidente sezionale, ma tornante dopo tornante, erta dopo erta, sono riuscito a raggiungere la meta. Anche con un tempo accettabile: 2 ore e mezza!

Ma non è stata una salita in solitaria, la mia. Decine e decine sono stati i compagni di viaggio. Tantissimi gli Alpini. Tutti col loro cappello rigorosamente calato in testa e la penna diritta, quasi a voler competere con i picchi circostanti.

Decine e decine sono stati gli scorci; tanti, contrastanti, quasi irreali i colori. Un’ubriacatura vera e propria, che ho cercato di fermare in tanti piccoli scatti fotografici.

E poi i fiori e le piante, gli animali al pascolo e l’allegro chioccolare del torrente a fare da colonna sonora.

Così, quando ho potuto salire i pochi gradini che dalla strada portano al rifugio, a quel Contrin di cui avevo tanto sentito parlare, ma che vedevo per la prima volta, l’emozione è stata tanta.

Ma tutto è durato un attimo. Come dal cilindro di un prestigiatore sono apparsi decine e decine di volti noti. Tutti sorridenti. Tutti felici.

Poter rivedere tanti amici, poterli abbracciare dopo tanti mesi, poter parlare e ridere con loro ha cancellato la fatica della salita e la paura dei mesi scorsi.

La Vita, quella con la “V” maiuscola si era ripresa i suoi spazi. E per un attimo ho pensato: ”Dov’è, morte, la tua vittoria?”  

Ma ritornare alla vita ha significato anche entrare nelle ritualità dell’ufficialità, perché questa non è stata una semplice gita, ma un Pellegrinaggio solenne, reso tale dalla presenza del Labaro nazionale, con le sue 216 medaglie, di cui 209 d’oro al Valor Militare.

A rendergli onore, se così si può dire, c’era anche il nostro Vessillo sezionale, che si fregia di ben 12 medaglie d’oro al Valor Militare.

E di questo Vessillo, mi è stato detto che avrei dovuto essere l’alfiere…

Pensare che avrei dovuto sfilare dietro al Labaro, scortato dal Presidente nazionale e dal suo consiglio; che il nostro Vessillo sarebbe stato scortato dal nostro Presidente e dal consiglio sezionale; che sarei dovuto passare in mezzo a un bel numero di Vessilli di altre regioni e di gagliardetti mi ha intimorito così tanto che il cuore ha avuto un attimo di… distrazione, obbligandomi a … “mollare la presa”.

 Rientrato nei ranghi, durante le allocuzioni e la messa che ne è seguita, ho lasciato che occhi e pensieri se ne andassero a zonzo: dal cielo ai monti, dai tanti alpini disposti attorno all’altare al grande tricolore che sventolava lento nella brezza montana.

 E ho rivisto i tanti fratelli di ieri, con le divise “di un altro colore”, affrontarsi in armi; e i tanti fratelli di oggi girare per le strade per aiutare chi era nel bisogno, quando alto era il rischio di contagio e ancora non si sapeva chi fosse il nemico da combattere; o fare zaino a terra da soli, in una fredda corsia d’ospedale, lontani da un abbraccio e dal muto dialogo degli occhi.

Difficile trattenere una lacrima; ancor più difficile combattere il nodo alla gola.

Immagini, dicevo, e pensieri e domande. Tante domande. Perché tutti, quelli di oggi e quelli di ieri, avevano affetti, sogni, speranze, desideri. Tutti amavano la vita. Tutti volevano vivere.

“ Fermati adesso! Lascia che il vento ti passi un po' addosso. Dei morti in battaglia ti porti la voce”. 

Questo è il “Contrin”!

Pensieri, ricordi, emozioni forti. Ma anche amicizia, una canta, una birra, una battuta, un sorriso.

E quando giunge il momento della partenza, l’ultima occhiata va a quello scudo verde posto sullo spigolo dell’edificio: “Rifugio Contrin – Casa degli Alpini” e alla Storia che racchiude, fatta di uomini semplici, dal cuore grande, che fanno senza porsi domande e, soprattutto, senza apparire.

Così la discesa diventa più facile. Non ti rendi conto del sole che ti brucia la pelle, pieno come sei, d’infinito.

E se l’indomani ti svegli con le gambe che sembrano due “bore” non ti preoccupi, perché anche loro sono una metafora della vita e devi andare avanti.

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